MA NON FINISCE QUI..

Tanto ci torno…
Oggi ho salutato Narda, ci siamo abbracciate e lei non mi voleva lasciar andare… poi ho sentito che piangeva …cara …quasi piangevo anch’io, ma sono troppo europea per farlo.
Molto probabilmente è l’ultima volta che vi scrivo, da quando è arrivato Sandro le occasioni per andare in città sono state molto rare e non ho potuto scrivere praticamente mai: il mio computer era sempre occupato dai giovani di Porto Grande che si stanno preparando per l’anniversario del Movimento, proprio il 16 maggio, quando partiamo io e Sandro … tutti presi a scrivere documenti zeppi di errori …:”Qui ci andrà la “
b de burro o la “v de vacca?…”
A saver! …”
E poi a far foto e scegliere la migliore …
Hanno preparato molti documenti.
Bello partire in un giorno di grande festa.
Sandro qui mi fa un ridere, è così goffo … poi ci penso e mi sa che, quando sono arrivata, io ero molto peggio di lui … che vergogna!…
Mi fa il verso, dice che son cambiata in alcune cose e anche questo mi fa ridere.
Lui tutti i giorni vuole andare al mare, io a volte sono un po’ in difficoltà, non mi piace comportarmi da turista, ma lui dice che il turismo porta soldi … io lo assecondo, ma solo perché so che in un altro paese è tutto molto faticoso e fare una cosa che piace aiuta molto, e poi mi godo un po’ l’oceano anch’io, prima di tornare.
Con dei bambini abbiamo anche fatto la pulizia della spiaggia: si chiama Playa Julian, qui è un po’ il simbolo della lotta, perché è un lembo di sabbia piccolo ma importante per i pescatori… uno dei pochi luoghi da dove ancora possono uscire a pescare… poco distante Facussè ha una casa e vorrebbe la spiaggia tutta per sé, ovviamente.
Non sapevamo bene che farne delle immondizie, perché qui ovviamente non ci sono né cassonetti né un servizio che le raccoglie…
Come è finita? Tutte le immondizie bruciate davanti a casa, per lo più erano bottiglie di plastica: un bel fumo, non c’è che dire.
Ho dovuto insegnargli come ci si lava col secchio, come si lava il bucato, gli ho mostrato la
pulperia e lui una volta si è lanciato, ci è andato da solo… ovviamente la sua idea era “compro e me ne vado”, non me l’ha detto, ma l’ho capito quando è tornato…
“Oh Silvia, per fare lo splendido sono entrato e ho fatto: ‘
Hola Toina, ¿que tal?’ e lei mi ha detto ‘Bene, siediti’
Mi ha detto che ha preso paura ed è rimasto in piedi a guardarla; mi ha anche chiesto: “ma secondo te che voleva?!?!?”
Ho riso un sacco … è una guerra imparare le abitudini altrui!

Dai, ci vediamo fra pochi giorni ormai …
(Ah, mamma, torno lunedì mattina; mi prepari la pasta col tonno, quella che fai tu che mi piace tanto, e pane fresco e affettati e il grana e l’asiago? da bere vorrei olio d’oliva a fiumi … per colazione può bastare, grazie..!)
s

Un giorno, il primo giorno che ho incontrato Adan, lui mi ha chiesto cosa ci guadagnavo a fare quello che facevo, a vivere con loro del Movimento Campesino.
Io non sapevo, ma gli ho detto che forse, a maggio, avrei avuto una risposta.

Il giorno prima di andarmene ho regalato ad Adan “Il piccolo principe”.
Mentre vivevo lì, un giorno, mi è venuto in mente il capitolo della volpe e ho pensato che, forse, in quelle pagine c’era, almeno in parte, la risposta per Adan.
Ho chiesto a Sandro se poteva comprarlo, in Italia, perché dove ero io non esistevano librerie e non ho mai visto nessuno leggere.
Una mattina, in cartoleria l’ho visto, un po’ sgualcito, nella teca… l’ho preso come un segnale e l’ho comprato. Dopo di lui, nella teca, non hanno messo più nient’altro… almeno fino a maggio!
È questa la dedica che gli ho scritto:


Come la volpe, anch’io ci ho guadagnato molto.
Credo che Zacate Grande mi abbia addomesticata un po’
e questa è una delle cose più belle che poteva capitarmi.
Qui, che è molto distante da dove vivo io,
la gente mi ha insegnato ad amare la mia terra.
Non potevo avere maestri migliori di voi!
Grazie per tutto,
Silvia

Ma allora che ci guadagni?” chiese il Piccolo Principe
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.
da “Il piccolo principe” di A. de Saint-Exupéry

 

L’Urlo

Spesso quando sono davanti allo specchio penso che ho perso solo un po’ di pelo, e che, se mi alleno, anche con i piedi posso prendere gli oggetti. Mi fanno ridere le cerette impeccabili e i profumi fatali. Così a volte non metto il deodorante, in modo che il mio odore mi ricordi sempre chi sono e parli davvero di me.

Ho in mano il piatto della cena, tutto apparentemente tranquillo, come sempre.

Sono sull’uscio di casa di Lourdes, la porta di casa è sempre aperta, e fuori vedo un’auto che si ferma, una donna urla: “Mi ammazza il maritoooo!!!” e due uomini che si picchiano.
Solo io lo noto, perché son tutti indaffarati a preparare i piatti della cena in cucina.

Oh, se le danno sul serio quei due …” dico io tranquilla, e continuo a guardare.

In pochi secondi mi sembra che fuori in strada se ne vada la luce, Lourdes, Lesli, Jeibi, Junior, Doña Florinda e Tin Tun, il cane, sono dentro casa, mi tirano dentro, mi chiudono la porta in faccia e io non posso più guardare fuori.
Mi dicono di spostarmi da lì, chiudono le finestre, Lourdes chiama urlando: “Romariooo” che è sempre in strada; lo vedo infilarsi veloce dentro casa proprio mentre Lourdes sta per chiudere la porta.
Doña Florinda mi dice che spesso gli uomini girano con armi, che qui è facile ottenerle e quindi era pericoloso per me stare sull’uscio … che a volte la gente si è uccisa per strada e chissà mai dove finisce il colpo …

Ora siamo serrati dentro, che caldo … e Romario dice: “E la cena…?”.
Ci guardiamo tutti ridendo!
La cucina è una baracchetta a parte e la cena di tutti, tranne la mia (mi servono sempre per prima), è lì, in bella vista per i maiali, le oche, le galline, i gatti…
L’unico scemo è Tin Tun, che è dentro casa con noi! Ah, i cani… è proprio vero che sono i migliori amici dell’uomo!
Dopo un po’ si sente l’auto che se ne va, Lourdes apre lentamente la finestra, poi la porta, ricomincio a vedere fuori e sembra riapparire la luce in strada.
Capisco che la luce che spariva erano solo tutte le case attorno alla strada che velocemente si chiudevano, alla vista del litigio.
Al termine del tafferuglio la gente esce, Romario e tutti gli altri si dimenticano della cena e si buttano in strada pure loro, gli uomini sono tutti in
pulperia da Zia Elsa, le donne si raccontano le varie versioni attraverso i cancelli, le finestre, le reti che dividono le case…
È tutto un vociare, in ogni angolo; i bambini scappano dalle case e tornano dentro a riportare i racconti di altri, che non hanno visto ma gli è stato riferito, che gli è parso ma non sono sicuri …
Ognuno aggiunge a piacimento particolari alla vicenda.

Io rido e sto in casa con Florinda, la nonna anziana che sa che ora non è il momento per informarsi; stesa in amaca mi chiede: “Non vai fuori anche tu?”
“Per ora trovo più interessante la cena!”, dico io che divoro tortillas, uovo, pomodori …
Io e Florinda ridiamo di gusto
“Florinda … senti …!”. Tutte le voci di fuori somigliano al solito pollaio, io allora faccio l’imitazione della gallina.
Florinda ride bene, senza i denti, e mi dice: “Senti le galline che fanno l’uovo!” e assieme gironzoliamo per la casa tra un’amaca e l’altra facendo le galline e ridendo.
Le cose apparentemente si calmano, ma tutta la comunità ha voglia di parlare e, infatti, tutte le faccende che solitamente le donne fanno in casa, questa sera le fanno fuori, con l’orecchio ben teso verso la
pulperia. Improvvisamente si ricordano che devono spazzare l’uscio, improvvisamente hanno voglia di controllare se la roba stesa fuori è asciutta.

Osservo tutto e tutti e rimango affascinata da questo posto che mi riporta ancora una volta a Frittole, al Medioevo…

Non ho per niente paura… forse non mi rendo conto del pericolo, ma qui mi pare che si accentui tutto, come per rifarsi di tutta la noia che vivono per la maggior parte della giornata.
Forse è per questo che, quando piangono, soffrono mortalmente e, quando ridono, lo fanno di gusto.

Insomma, quando succede qualcosa è giusto viverla totalmente, intensamente.

Ogni tanto, da qualche casa parte un urlo, ho imparato a riconoscerlo … è solo un urlo di gioia o di emozione…
In realtà già lo conoscevo questo urlo: è lo stesso che facevano, durante il mio tirocinio, gli scimpanzè quando capivano che gli stavo preparando le caramelle di frutta per la merenda.
Ancora non capivo che quel grido mi apparteneva, ci appartiene, nel profondo.

 

25 aprile ’09

Junior: Silvia, lo sai che ti voglio bene?
Io: Grazie Junior, anche io te ne voglio
Junior: Noo, io te ne voglio di più..
Io: …
Junior: Mi dai i soldi per le patatine?

Oggi è sabato e Lesli è tutta contenta perché, dato che ci sono io, Lourdes le darà il permesso per venire con me alla festa a Porto Grande.

io e Junior ci vogliamo bene

io e Junior ci vogliamo bene

 Io gioco con Junior mentre a Los Huatales tutto procede normalmente: animali, cacca, sporcizia…
Con questo caldo, questa polvere e questa promiscuità con gli animali, uno dovrebbe lavarsi      almeno due volte al giorno, anche solo con acqua, per rinfrescarsi un po’… ma qui di acqua ce n’è   poca e spesso è gialla, di pozzo…
Così decido di lavarmi solo la sera, prima della festa: “Lesli, a che ora ci laviamo?”
“Io non mi lavo” dice lei.
“Come??!! Prima della festa, Lesli, ci si lava!!”.
“No, ok, se tu ti vuoi lavare mi lavo anch’io”.
Praticamente mi ha fatto un favore … ‘sta zozza!!

 Ci laviamo al pozzo; qui a Los Huatales non esiste il bagno e lavarsi al pozzo significa che ci si   lava vestiti: passata grossolana di sapone sotto la maglia e dentro ai pantaloni e poi acqua (anche  se gialla, che ricchezza l’acqua…), mentre i giovani fuori dalla pulperia, che sta davanti al pozzo,  fanno i soliti commenti mentre rammendano le reti da pesca.

Rientriamo in casa, Junior ha avuto la brillante idea di rompere un camioncino che aveva, tutto fatto di polistirolo… il pavimento ora è pieno anche di palline bianche: lui che si diverte a rincorrerle muovendo l’aria con uno straccio, i pulcini impazziti che ingoiano polistirolo, la gallina che cerca di ripristinare un po’ di disciplina tra i suoi piccoli, il cane che approfitta della confusione per cercare di mangiarsi l’oca…

e Lesli che si prepara.

C’è stato un momento bellissimo, in cui lei si metteva il rimmel e calciava via un porcello da sotto i piedi.

Ho pensato a tutte le belle ragazze profumate che ci sono alla festa, con magliettine luccicose, jeans ben attillati, lucidalabbra che brillano al buio… mi sono chiesta quante di loro, prima di salutare la mamma e di risistemarsi i capelli, calciano maiali, litigano con galline, abbeverano vacche in fretta, per non perdere il passaggio per andare a Porto Grande…

Come mi è piaciuta Lesli che si preparava coi porcelli attorno; penso che forse non mi capiterà mai più di vedere ragazze che si preparano così per il sabato sera, penso che quando lo ricorderò, in Italia, mi chiederò se l’ho visto davvero o se era solo immaginazione… perché qui mi pare tutto talmente eccessivo, autentico, fiabesco, che mi ricorda i film di Kusturica…
Sono dentro a un film che mi piace da morire.

Lesli è bellissima, una perfetta india: pelle di cioccolato, bocca a forma di fragola, sguardo fiero ma viso dolcissimo anche quando è arrabbiata.
Qui le ragazze con la pelle chiara sono molto apprezzate e Lesli, come la maggior parte delle ragazze nere, soffre un po’ di un senso di inferiorità.
Nel pomeriggio battibeccava con la cugina, Janet, che è più cicciottella, ma leggermente più chiara di lei … e quindi più bella…
Janet sostiene che Romario sia brutto, perché è
negro.
“A me piace proprio per questo!” dico io.
Lesli, che si sente offesa dalle parole della cugina, dice “Noooo, è che Janet è troppo chiara per sentirsi
india”.
“Ehi tipa, io non sono
india!!” dice Janet.
Urla e grida di Lesli e di sua sorella Jeibi: “Siiiii cara, sei
india, vivi qui, sei nata qui!!”.
“No, io sono nata in città!” dice Janet.
E da qui non so riportarvi altro: quando le donne battibeccano sembra di stare al pollaio, anche se sono solo in due … dura quanto deve durare, il giusto, e poi tutto riprende come prima.

Comunque, per me Lesli è bellissima e stiamo andando alla festa.

Alla festa i ragazzi scimmiottano i rapper del Bronx: maglietta al ginocchio, jeans larghissimo e floscio, cappellini a frontino, camminata molleggiata…
A me viene un sacco da ridere, perché loro sono serissimi, poi entrano in pista e ballano
bachata!!
Poi ci sono i giovani normali, vestiti più o meno normalmente, anche loro ballano
bachata, merengue, salsa … e si muovono benissimo, quasi tutti hanno il ritmo nel sangue.

Per tornare a casa chiediamo un passaggio a un tipo, montiamo dietro:
qui ci sono solo
pick up, dietro sono aperti e ci si sale sempre almeno in cinque o sei, tutti seduti sul bordo, con il vento che dà sollievo.
Mi piace molto andare in auto, la strada è tutta buche e pietre e pare di stare in giostra!
Quindi saliamo e dietro, con noi due, salgono Walter, Denver, La Mara e altri due che non conosco.
Partiamo.
Dopo qualche minuto La Mara sparisce nel buio della notte, gli occhi di tutti quelli rimasti a bordo si incontrano:
Denver conferma l’accaduto con tono quasi incredulo: “Cacchio, abbiamo perso La Mara…”

Cinque secondi di silenzio incredulo.

A questo punto scoppiamo tutti a ridere e, tra le lacrime, cominciamo a battere le mani sulla carrozzeria: quando uno vuole fermare l’auto si fa così, per attirare l’attenzione di chi guida.
Il ragazzo che guida si ferma ed esce dall’auto: “Che succede ora?”
Noi tra le risate cerchiamo di spiegargli che La Mara ha alzato un po’ il gomito e forse credeva di essere già a casa, in amaca… insomma: è caduto.
Tra mille risate i ragazzi vanno a recuperare La Mara che è seduto in terra, senza capire.
Lo portano a spalla fino all’auto, qui ci è voluto un po’ per caricarlo sul
pick up, pareva un sacco di mais: mille risate, mille versi per lo sforzo e commenti sull’alcol, La Mara che cerca di sedersi sul bordo, come noi, una volta caricato in auto e “No no, per carità, siediti qui, in basso…!”, e ancora risate e “Eh, è l’effetto dell’alcol, La Mara, dai, non preoccuparti…”.
La Mara ciondola molto, ma ride… mi chiedo come si sveglierà domani… ohi ohi… cadere tra buche e pietre!!…

È il primo ad arrivare a casa: i ragazzi vogliono aiutarlo a scendere, lui fa cenno, senza parlare, alzando solo il braccio, che ce la fa da solo:

Una gamba fuori dal pick up
L’altra arranca…
Prova ancora…
Perde un po’ l’equilibrio…

Io, da quanto rido, ho il mal di pancia, i ragazzi fanno il tifo per La Mara: “Dai! la gamba! Dai! Ci sei… alzala, alzala!…” ma non ce la fa e ridono anche loro!
Finalmente il sacco di mais è fuori dall’auto, i ragazzi lo mettono sulla stradina davanti a casa sua, e montano in auto.

L’ultima cosa che vediamo è La Mara che cammina incerto verso la porta di casa di Doña Chila.

…ma dove va?!??!!

Io e Lesli ci abbiamo messo un bel po’ ad addormentarci!

La mattina dopo ci siamo svegliate, ci siamo salutate aprendo gli occhi quasi contemporaneamente nel lettone dove dormiamo assieme e siamo scoppiate a ridere! Di nuovo!
Jeibi, la sorella di Lesli, mi dice che ha incontrato La Mara e che lui le ha chiesto se è vero che l’italiana ha riso molto ieri sera.

23 aprile ’09

“Non ti vengo a salutare, non ti offendere” mi ha detto Santo mentre parlavamo di quando sarei tornata in Italia. Non lo fa mai con chi è di passaggio come me. Mi ha spiegato che si commuove, e che gli fa male vedere la gente andare via. Per non dover abbracciare chi parte, mi ha detto che si mette a braccia incrociate. Ricordo che ero già salita in autobus e l’ho riconosciuto mentre camminava sul ciglio della strada, l’ho visto dal finestrino guardare dentro al bus che già si muoveva. Sorrideva, a braccia incrociate. È l’ultima immagine che ho di lui.

 

DSCN2551

Santo Flores agricoltore di Zacate Grande

 

Posso ufficialmente dire che è finito il corso di computer in tutte le comunità… manca solo qualche strascico qui e lì, ma ho ancora un po’ di tempo.
L’ultima comunità dove sono stata è il Coyolito.
Tutta la scuola ha visto il mio computer: 97 bambini distribuiti in tre gruppi, dalle 8 di mattina alle 13…
La mattina, alla porta della scuola, mi fermavo sempre un secondo per far tremare bene le gambe, poi entravo.

La notte, a casa di Santo, non ho mai dormito: il figliolo di diciannove anni non può dormire al buio, così io, su un’amaca bucata, con la lampadina accesa proprio sopra di me, per tre notti non ho dormito praticamente mai.
Sentivo gli insetti sbattere contro la lampadina rovente, a seconda del rumore mi immaginavo la grandezza, la pericolosità … poi la mia curiosità veniva subito soddisfatta dato che la maggior parte di quegli insetti veniva a schiantarsi su di me. A volte mi veniva da ridere dal nervoso… a volte da piangere.
La mattina, con gli occhi distrutti dal sonno, mi trascinavo verso la scuola.
È stato bello, bellissimo andarmene da lì!
A scuola solo io tenevo il corso: i maestri mi hanno fatto venire una rabbia.
Gli unici col posto fisso, seduti fuori dalla scuola a vendere la merenda agli alunni per arrotondare: ecco servita la lezione.
Per tirarmi su, però, osservavo bene i bambini: bellissimi, occhi enormi di curiosità, mani sudice, mille dita sul mio computer… mi facevano ridere quelli più nervosi, con il palmo della mano pietrificato sul mouse!
“La maggior parte di questi bambini non ha mai visto un computer”, mi dice Santo.
Per la settimana che ho passato al Coyolito, Santo si è alzato dalla sedia sull’uscio di casa solo per andare a sdraiarsi in amaca…
“Ho lavorato tantissimo …cinque giorni di fila … sotto il sole, ora ho un gran mal di testa, non sto bene, mi devo riprendere … cinque giorni di fila …”.
Non gli dico che mio papà lavora da quasi 40 anni, tutti i giorni … forse è il fatto che noi non abbiamo il sole tutti i giorni che ci frega..

Quante cose vorrei raccontarvi, ma sono di nuovo a Los Huatales e qui davvero non posso stare in pace: c’è Junior che cerca di estorcermi dei soldi per le patatine, la tv accesa, cani che mi annusano, oche che starnazzano, pulcini che mi beccano i piedi, maiali che mi grufolano attorno…
Come faccio?!?!?
Vi dico solo che dopo la settimana al Coyolito mi sono rifugiata da Narda.
Mi piace sempre tornare dalla mia seconda mamma a riposare!
L’altro ieri è andata a prendere legna con un amico che ha un grosso camion; al ritorno l’uomo ha scaricato tutti i tronchi a fianco della baracca. Cadendo, un tronco si è impigliato in un filo spinato che Narda ha legato a una parete della casa e a un albero che c’è fuori: lì ci stende i panni.
Insomma, il tronco si stava tirando dietro la casa.
Tra mille urla la cosa si risolve, io e Narda ridiamo guardando la parete della baracca tutta piegata verso il suolo … ora la sua casina ha tutto l’aspetto del Castello Errante, che bella!

 

sedia da campeggio

Narda: Silvia, promettimi che quando torni in italia ti terrai sempre un po' di tempo per te
Silvia: Ok, ci provo, ma non è semplice...
a casa mia ho spesso la sensazione che manchi il tempo per tutto,
e lascio indietro, da fare, sempre le cose davvero importanti.
Narda: Anche se non lo fa nessuno, promettimi
Silvia: Ok, te lo prometto
Ora, ho due fortune: la prima è averglielo promesso, la seconda è che mantengo le promesse.

Sono di nuovo alla Pinta, domani parto per andare al Coyolito, l’ultima comunità dove terrò il corso…
Mi sento male, sento sempre più vicina la fine di questo viaggio e credo di non aver fatto/detto/visto molte cose, maledizione…
Così penso al tempo restante, conto i giorni, penso a quello che potrei fare, come organizzarmi…

Guardo l’amaca che si muove con il vento… “Ma sì, sia quel che sia … avrò tempo di organizzarmi più in là… da fine maggio in poi, in Italia, nell’altro mondo… adesso provo a fare un po’ come loro, provo a dondolarmi…”.
Qui hanno un modo assurdo di fare le cose: rispettano la stanchezza del corpo, aspettano il sole o aspettano l’ombra, in una lentezza che per me è snervante a volte.
Ma è come se sapessero perfettamente che ogni cosa ha il suo tempo.
Mi rendo conto che forse io non riuscirò mai a rispettare il tempo delle cose, il mio tempo… è una cosa che nell’altro mondo, il nostro, fanno solo i pazzi.
Da qui mi sembra che i pazzi siamo noi.

Soila, la donna che mi ospita qui alla Pinta, è proprietaria di una pulperia.
La
pulperia è come il nostro negozio di alimentari ma, prima di vivere con lei, quando andavo in una pulperia non capivo molto, ora un poco di più.
Pulperia significa che dentro casa faccio scorta di patatine, fresco banana, coca, pepsi, sale, zucchero, aspirina, ricariche telefoniche, sapone, verdura e tanto, tantissimo altro; poi metto fuori un cartello di pubblicità (di solito delle ricariche dei cellulari), così la gente viene a casa mia e compra.
“Comprare” qui è ovviamente diverso, non sempre, ma quasi …
Ad esempio, se entri in
pulperia, devi subito dire cosa vuoi : ”Buenas… un fresco” e poi ti siedi.
E aspetti …
… anche se non c’è nessuno prima di te.
Insomma, sei a casa di uno, oltre che in
pulperia… magari la proprietaria sta guardando la telenovelas che le piace… mica la puoi interrompere così…

Ho visto persone aspettare la pubblicità prima di essere servite…

Quando sono a Porto Grande mi piace andare alla pulperia di Toina, che è anche la proprietaria della casa dove mi fermo a vivere quando son lì.
La
pulperia è un mondo a parte, un punto di ritrovo, un pub, un bar, un saloon, un supermercato… per me è come andare dal parrucchiere, io in pulperia da Toina, chiacchiero sempre un po’ con Nery, la nipote, che ha quindici anni e lavora lì, oltre che andare al collegio, la mattina.
Parliamo dei ragazzi, della festa del sabato… e io preferisco più Romario che Orlin, e no, a me piacciono con la pelle chiara, oh, ma dove hai gli occhi?!…
E tra una frase e l’altra butto lì, senza crederci troppo: “Dammi una galletta Nery …” e continuiamo a chiacchierare, poi, quando vuole, si alza e mi prende una galletta.
La mangio lì.
Qui quasi nessuno fa scorta di cibo … per lo meno non in
pulperia.
A ora di pranzo e a ora di cena, infatti, è sempre un viavai di bambini che, spediti dalle madri, comprano chi 3 uova, chi 2 litri di cocacola, chi 4 wurstel, chi 1 peperone e 3 pomodori…
Solo il necessario per il pasto imminente.
Quando sono arrivata qui, la prima cosa che ho fatto è fare scorta …
Un disastro … ho comprato il succo d’arancia, per le colazioni dei giorni a venire … era bollente dopo un’ora che l’ho comprato, faceva schifo, e poi ero insofferente, perché Nery mi serviva per metà, poi serviva un bimbo che chiedeva tre pomodori, poi tornava da me e poi dava la cocacola a una ragazza …e io??!?!?!?

C’ero prima io!?!!!!!!!

Così, tutta infastidita mi sono seduta e solo a quel punto ho pensato: “Ehi… è una bella serata però… tira anche un po’ di brezza … non mi ero nemmeno accorta di quel bel giovane che mi sta sorridendo … oh, arriva Clara! La bambina più spassosa di Porto Grande! … ora la saluto …”
“Ciao Clara! …come stai?”.
“Bene. Ti canto la canzone che ti piace?”.
“Va bene!”.
E inizia a cantare, lì, in
pulperia! … mi fa una tenerezza!

Così la pulperia mi ha addomesticato: facendomi aspettare un po’.

Chi ha fretta, ma non succede tanto spesso… fa il gesto di servirsi da solo così, chi dovrebbe vendere, è obbligato a interrompere la minuziosa osservazione dei propri alluci e deve alzarsi per servire chi vuol comprare.
A volte da Nery ci vado senza aver pensato se/cosa devo comprare. “Intanto vado lì”, penso.

Quando sono arrivata mi dava fastidio tutta questa condivisione… volevo comprare e rintanarmi in casa a consumare, come sono abituata a fare da quando sono nata.
Penso ai centri commerciali e mi viene da vomitare… meglio andare in
pulperia, tutto un altro sentire.

sedia campeggioCompratemi una sedia da campeggio che, quando torno, vado al supermercato e mi siedo vicino alla cassiera, così, tanto per guardarmi attorno …

povertà è …

A volte vorrei avere più soldi, poi penso a Briatore e mi passa subito. Non ho proprio vie di mezzo

Potrei iniziare parlando di come si sale in bus, sembra una gara, una dimostrazione di chi è più veloce, più scaltro…
Ogni giorno a Porto Grande passa un bus e solo uno (quello delle 7.00/7.45, a seconda di non so che…).
Arriva a Porto Grande che è già quasi pieno.
La gente per salire si spinge, c’è chi corre incontro al bus che ancora non si è fermato.
Ma ancora più bello è quando alle 12.00 da S. Lorenzo il bus ritorna a Porto Grande!
La gente torna carica di tutto: cibo, bevande, vestiti, medicine, pesce e molti altri odori che non so decifrare bene…
Lì sì che mi diverto a vedere come si muovono.
Penso che con un solo bus al giorno, anche le rispettabili vecchine di quartiere diventerebbero dei cani rabbiosi.
Qui sono così: rabbiosi… rabbiose, soprattutto le donne; si lanciano dentro al bus, ti spingono, piazzano i bambini a occupare i posti e loro, cariche di tutto, vanno in fondo al bus, per sistemare la roba.
Alcuni, da fuori, lanciano attraverso i finestrini la maglietta o un sacchetto su un posto che vedono libero… nessuno ti ruba niente qui, ed è un buon metodo per fermare un posto.
Insomma, è una guerra… io non lotto mai, l’educazione ricevuta mi dice che posso stare in piedi e penso che la povertà ti fa diventare un po’ cafone, forse.
Mentre faccio questi pensieri mi sento tirare per i pantaloni: un ragazzetto di dieci anni mi fa cenno di sedermi accanto a lui, che c’è uno spazietto… a fianco c’è la mamma, sorridente, con in braccio un altro figlio. La ringrazio e mi siedo accanto a loro… “Povertà significa anche che, un po’ scomodi, ma ci si sta tutti…”, penso io che devo sempre riformulare ipotesi…

Mi piace andare in bus… c’è la musica ed è bello guardare fuori, c’è il ragazzo che passa per raccogliere i soldi del biglietto e poi c’è gente che sale a vendere.
C’è una signora che fa i biscotti, mi piace un sacco.
Sale nel bus a S. Lorenzo, alle 12, mentre c’è un sacco di gente che si picchia per il posto, altri che sudano per collocare i tubi di 3 metri nel passaggio tra i posti di destra e quelli di sinistra, bimbi che strillano, giovani che tornano dal collegio e tantissime altre piccole e meravigliose dinamiche.
Lei sale con una bacinella enorme sulla testa. La posa… no, deve rimetterla sulla testa perché se no la signora cicciona non riesce a scendere dal bus a recuperare il resto di spesa fatta, poi la posa di nuovo e comincia a distribuire le sue ciambelline.
All’inizio non mi piacevano molto… ora ne compro sempre un po’, perché non posso più farne a meno, e mi piace la signora che, con tranquillità, interrompe il suo lavoro e lo riprende, mille volte… posa la bacinella, la rimette sulla testa, la posa… scende dopo due fermate in una pozza di sudore, ma con un bel bottino, perché la gente ne compra abbastanza di
rosquillas.
Alla fermata a cui lei scende, arriva la madre, cammina attorno al bus urlando: “Acqua,
frescooo, acquaaaa, mangoooo”.
E tutti, dopo le
rosquillas chiediamo acqua, coca cola… tutti con le braccia fuori dai finestrini con i soldi in una mano e l’altra libera per arraffare le bevande…
Sembriamo un vagone bestiame di un treno!
Sì, mamma e figlia sono delle piccole imprenditrici e sanno come vendere: prima i biscotti e poi da bere.

Qui non si muore di fame… la povertà si manifesta in tutt’altra maniera:
tutti hanno denti finti e per la maggior parte sono grassi … no, gonfi.
Si riempiono di Coca Cola, Sprite, Pepsi … che loro chiamano indistintamente “
fresco”.
Quando sono arrivata, con questi 30 gradi che coprono tutto, la parola “fresco” mi faceva venire le bave… credo sia per questo che lo chiamano
fresco
Poi c’è il
Fresco Banana, Fresco Uva e Fresco Arancia… come la Coca Cola, gonfi di bollicine e coloranti.
Mi sorridono e mi dicono che, come me, tutti gli italiani passati per di qui bevevano acqua e gli dicevano che la Coca fa male… me lo dicono come se fosse una credenza italiana… Altri parlano così: “Dai, non infastidirla, non è abituata…!”, come per giustificarmi…
“No, guarda che fa male, non è che non sono abituata!” dico io.
“Si,
està bien…”, mi rispondono con un sorriso di accondiscendenza, come si fa con i matti…
Ma guarda se mi devo sentir scema perché non bevo Coca Cola!
I bambini bevono bicchieroni da mezzo litro di Coca… sono le madri che glieli versano… a volte li guardo e mi dispiaccio… loro mi sorridono facendo ruttini contenti.
Così, bevono e mangiano cose molto zuccherate, i denti marciscono, le pance si gonfiano e alla mia età dimostrano molti più anni.
Si sconvolgono quando dico che ho ventisette anni… qui sono moltissimi per non essere sposata e non avere la pancia da Coca Cola.

Povertà significa che su tutto quello che ti viene propinato non hai la minima possibilità di scelta; l’offerta è spudorata e volgare, ma non mostra il minimo segno di vergogna.
La musica, ad esempio…
Il reggaetton è un mix di testi banali e tutti uguali, ritmi uguali, la batteria col suono di plastica e ritornelli martellanti… è musica povera, per poveri, ma è molto difficile trovare altro…
Reggaetton o
bachata o merengue, ma sempre rifatti in versione reggaetton…
Povertà significa non poter conoscere altri generi, non poter scegliere di ascoltare nient’altro che reggaetton, che bere nient’altro che Pepsi…
Forse povertà significa non aver alternativa e non saperlo. Significa non porsi il problema o il dubbio che forse non è tutto lì…non pensare di poter fare diversamente.

Povertà significa imparare una lingua a metà…
Ho ancora molti problemi con i verbi.
“Lesli…qual è il passato del verbo
poder?”
Mi guarda senza capire…
“Tipo: io oggi
PUEDO… e ieri?”.
“…
puedo…”
Qui la gente sa appena contare e leggere è un lusso… figuriamoci la grammatica!
Le mie domande sullo spagnolo finiscono sempre in mille risate… son qui da vari mesi, ma mica parlo spagnolo, io! Chissà quanti strafalcioni ho memorizzato! Che bello!
Ho visto, l’altro giorno, una venditrice fare confusione con i conti… quindi ha chiamato il figlio di dieci anni e lui ha risolto l’impossibile sottrazione per dare il resto…
La mamma era tutta orgogliosa e tutti si fidavano del risultato ottenuto dal bimbo: va a scuola lui!

Ricordo la prima settimana qui in Honduras a La Esperanza, mentre parlavo con Javier, il pittore. Guardava incuriosito il mio accendino, di quelli con la rotellina di sicurezza. Gli ho spiegato che ora in Italia gli accendini son tutti così, per evitare che i bambini riescano a usarli.
Dopo un accurato studio silenzioso dell’attrezzo me lo restituisce e mi dice: “Non avete una gran considerazione dei vostri bambini lì, eh?”.

Povertà significa anche non sapere dove stanno le cose e quindi perdersele per strada:
“Da dove vieni?”.
“Dall’Italia…”.
“Ah…”.
Pausa di silenzio …e poi mi chiedono: “Tanto distante da qui?” oppure: “È in America?”, ma la migliore è stata:
“Quante ore di bus ci vogliono per arrivare in Italia?”.

German

Io e te siamo una sola cosa: non posso farti male senza ferirmi – Mahatma Gandhi

La settimana passata ho tenuto il corso a Playa Blanca.
È andato bene, mi hanno pure chiesto di tornare, per fare pratica e per vedere i video che hanno fatto. Vogliono anche portarmi a una spiaggia, si chiama Playa de l’amor.
“Playa de l’amor??!!?!?” dico io stupita.
Tutti ridono di gusto … eh sì, qui quando si ride lo si fa in modo esagerato, di gusto, in gruppo e sonoramente, come piace a me.
“Allora ci devo andare col mio ragazzo!!”.
Altra risata ancora più forte.
“Aaah, ma lui arriva solo a maggio… allora devo trovarmi un ragazzo honduregno!!”.
Risata fortissima a cui seguono fischi, applausi e sorrisi di disponibilità da parte dei ragazzi fuori della classe, che si vergognano e non partecipano al corso, lo seguono da fuori, dalle finestre della scuola dove lo tengo…
Parliamo di come organizzare la gita, decidono che quando torno, a fine aprile, l’ultimo giorno mi portano a Playa de l’amor e vogliono pure fare il video, e le ragazze parlano di cosa portare da mangiare, poi chiedono a un giovanotto se è disponibile a portarci con la barca fino all’isoletta.
“Ah, si…”, fa lui titubante, “la barca è libera e pure io… ma solo per portar la professoressa!”.
Il corso termina come fossimo allo stadio: risate, urla, fischi, applausi!

Mi accorgo che ho imparato a esprimermi come loro… sto imparando qui lo spagnolo e non so disapprovare una cosa senza aggrottare forte le sopracciglia, non posso ridere senza contemporaneamente battere le mani, non riesco a chiedere qualcosa senza una punta di arroganza…
Sì, qui son sinceri e falsi da far schifo, tutto esagerato, troppo intenso per essere vero e troppo vero per non crederci almeno un po’:
Hola Mamita! Como estas?
Mamita è la mamma di Lorena, la signora da cui vado sempre a mangiare a Porto Grande: “Qui sono…” è la risposta che mi dà sempre, che qui mi danno spesso in molti, e poi attaccano a parlare dei loro acciacchi… l’ho capito dopo un po’ che parlavano di acciacchi, perché all’inizio pensavo fossero cose gravi; se ti dicono che hanno il fuoco nella gola, significa che hanno un po’ di tosse, se si premono le tempie e ti fanno notare che sono seduti sulle sedie, e non stesi in amaca, significa che hanno un po’ di male alla testa… e quando c’è del piacevole venticello fresco, la mattina, dicono con un sorriso di sofferenza: “Senti che gelo oggi…”
A volte sorrido, altre, mentre mi raccontano dei loro dolori strazianti, trattengo a stento una risatina… sai mai che sia vero che stanno così male… mah…
A volte ripenso a quand’ero in Africa… dove uno ammette di accusare un dolore solo in fin di vita.
Altre volte penso di essere capitata nel paese che fa per me: amaca, fiacca e debolezza…!
Poi invece ripenso alla settimana passata con Narda.

Che fatica andare a prendere l’acqua tutte le mattine, che pesi immani che trasportano tutti qui.
German, il figlio di Narda, ha quindici anni e porta un’anfora sulle spalle di circa 20 litri, per una steppa di erba e pietre, tutto un saliscendi, sotto un sole giaguaro per venti minuti, due volte, andata e ritorno
“Narda, è potabile l’acqua del pozzo?” chiedo io che sono sempre ottimista.
“No, ma la uso per cucinare”.
Ah … buon appetito!
Io e Narda parliamo un sacco, ridiamo di noi tra la polvere: stanno rifacendo la strada davanti alla sua baracca… cioè, ci stanno buttando sopra terra per coprire le buche. Tutto il giorno passano grandi camion su questa sterrata e alzano un polverone che mi entra nei polmoni e, col calore, mi brucia un po’ la gola. Narda è mortificata per le condizioni in cui mi ospita.
“Dai, non ti preoccupare”, rido io per sdrammatizzare. “Amo fumare, sono abituata!!”
Ridiamo, ma a lei rimane sempre il fastidio. “Siamo poveri, ma meritiamo rispetto, non mangio polvere io!”, così va a protestare con l’ingegnere che si occupa dei lavori.
“Non si preoccupi signora, lo dico io personalmente, a ogni camionista che passa, di andare più piano”.

Era meglio se le diceva “Non mi importa affatto delle tue lamentele”, sarebbe stato meno fastidioso mangiare polvere per il resto della settimana…

Chiedo a Narda con molta fatica se può ripetermi quello che mi ha detto settimane fa, che vi ho raccontato… vorrei riprenderla con la videocamera.
Le dico che ho pianto, che mi spiace tanto per quello che le è successo, ma le racconto anche delle vostre risposte e lei è molto curiosa, ride di gusto, le fa piacere sapere che anche voi la conoscete, mi dice di ringraziarvi per la solidarietà, a mia mamma che stampa le e-mail, a mio fratello per aver sottolineato che non sono le cose che ci fanno felici, ma tutta la ricchezza di umanità che ci può essere in noi… Nicola, dice che ti aspetta se vuoi assaggiare i suoi piatti!
Narda cucina eccezionalmente, perché faceva anche da mangiare nel suo locale sulla spiaggia.
Quindi ho mangiato bene, anche se con la polvere sopra.
Mi parla di German, suo figlio: un ragazzo educato, molto dolce nonostante i suoi quindici anni.
Lo guardo e mi chiedo come fa a essere così tranquillo… a quindici anni io ho cominciato a fumare, volevo i pantaloni, quelli fighi, scrivevo nel diario e ascoltavo i cd dei Pearl Jam, poi volevo la loro maglietta, la compravo, e con le amiche giravo per Padova sfoggiandola orgogliosa, credendo che parlasse di me, che stesse dimostrando chi ero…
German si sveglia alle 4.30, si lava con un secchio, si mette la divisa del collegio e parte, torna alle 13 e si attacca alla radio.
Stop.
Ah no, ha passato anche un pomeriggio a lavare la sua bici… a me veniva da ridere, perché lui è più alto di me e la bici ha le ruote piccole, è una bici per bambini… lo vedo provarla tutto orgoglioso… con le ginocchia che gli sbattono sul mento a ogni pedalata!
La sera si lamenta dei camion che passano… la sua bici è di nuovo completamente coperta di polvere… i piatti sono marroni di terra, come la mia maglia bianca che avevo lavato e steso ad asciugare… uff…

Sono preoccupata per German”, mi dice Narda. “Ho cinque figli, l’unica che ha parlato una volta di quello che ci è successo è Paola, ma più di tutti mi preoccupa German, perché è maschio, ho paura che diventi violento, che pensi che con la violenza si possano risolvere le cose… se non parla di questo suo ricordo ho paura che dentro di lui cresca come un brutto animale”.
Mi chiede di aiutarla, mi chiede se posso provare a chiederglielo io…
La sera prima di questa sua confidenza le avevo chiesto se German sarebbe stato disposto a raccontarmi dello sgombero… aveva 9 anni quando è successo, era un bambino, la sua versione ha degli occhi speciali.
Senza avvertirmi Narda chiama German e gli chiede con tranquillità se ha voglia di parlare di quel giorno.
Lui si irrigidisce, lancia un sasso lontano, la guarda arrabbiato: “Eh??!… mamma!”, e se ne va.
Mi sbagliavo, come sempre… non è tutto tranquillo German, e non solo perché è un adolescente.

Narda mi parla ancora delle altre figlie, che fanno fatica ad avere degli amici, a legare veramente con qualcuno, perché non vogliono invitarli a casa loro, non vogliono che vedano le condizioni in cui vivono.
Da tante piccole cose che mi dice capisco che la loro non è solo una storia di ingiustizia, ma è un trauma forte che si portano dentro, una violenza subita.
“Ognuno ha i propri traumi”, penso io per farmi forza.

Oggi lavoravo con Miguel al pc, ormai è diventato bravo e può lavorare anche senza il mio aiuto, così, mentre lui scrive, io mi dondolo in amaca.
Lui però, un po’ sfiduciato, mi dice che non si sente di saper usare bene il computer, non come me, che qui i corsi di computer costano moltissimo.
“Guarda che io non ho mai fatto corsi di computer”.
“E come hai imparato?”.
“Ho la fortuna di averne uno…”.
“Ah, io non ce l’ho il computer”.
“Bastaa!”, gli dico io, “mi fai sentire in colpa…”
Mi interrompe con una risata sincera: “In colpa?!?!?!… ma di che?… è la sorte, non fartene una colpa!”.
Non ne sono ancora convinta, ma almeno ci abbiamo riso su, insieme.